“Senza titolo, (autoritratto)”
“Senza titolo, (braccio)”
L’opera non è più oggetto ma spazio di esperienza e l’artista non è più produttore ma operatore dello spazio.
L’atto di togliere le informazioni, di costringere lo spettatore a situazioni pensate dall’artista e quindi non palesi, è ciò che rende possibile la presa di coscienza nello spettatore, che si trova a confrontarsi con degli spazi che non lasciano molto all’interpretazione ma che lo costringono a riflettere sulla loro spazialità.
Inevitabile per la realizzazione dell’opera finale, il calco a perdere, tradizionalmente così chiamato in quanto il suo destino è di essere distrutto dallo scultore per far emergere il positivo racchiuso al suo interno, è stato da me isolato dal processo, con lo scopo di evidenziarne il rapporto che questo ha con la creazione stessa.
Il vuoto come utero, per cui senza di esso non ci sarebbe immagine, come contenitore di significato e dunque significante, è parte degli aspetti che il calco porta con sé. Mi servo del vuoto pratico che si crea nello stampo, procedimento esclusivamente tecnico dell’arte scultorea. Il vuoto è dunque il fine, si, ma raggiungibile esclusivamente attraverso il suo essere prima di tutto mezzo.
Come nell’haiku, il vuoto creato dal negativo in gesso, non è vuoto assoluto ma condizione di possibilità.
Caratteristica, nonché limite e poesia della scultura, è il confronto con lo spazio del reale, il dialogo costante tra materia (pieno) e spazio (vuoto).
Che sia per mezzo del senso di non finito o per il distacco che crea con lo spettatore, il vuoto genera una sensazione di frustrazione nell’osservatore, che si trova a dover reagire ad una situazione.
Abituati dalla voracità consumista ad un appagamento istantaneo, ad una pienezza senza coscienza, ci è sempre meno concessa la percezione del vuoto, questa viene immediatamente rimpiazzata ed ignorata per garantirci una serenità fittizia e momentanea.
Non solo sotto la lente consumista, però, l’Occidente appare privo di interesse per l’inspiegabile.
Come ci suggerisce l’autore de L’impero dei segni, Roland Barthes, l’attitudine al dover colmare è rintracciabile nella stessa storia
della cultura occidentale che “trasforma <<l’impressione>> in descrizione.”
Il costante bisogno di logica e ragione, di “darsi una spiegazione grammaticale”, priva l’individuo della libertà dell’evento puro, dell’incidente.
Abbiamo bisogno di un centro da afferrare, e questo limita la molteplicità delle condizioni di un evento, richiudendoci nei limiti, propri allo stesso centro.
Bramosa di completezza, di uno scopo, divoratrice di significati “già pronti”, la nostra società sembra dover essere rieducata alla libertà del “linguaggio negato”.